Juliette

scritto da Nigthafter
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Autore del testo Nigthafter
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Riempì la pipa di quel tabacco scuro e profumato, con note terrose e di fieno bruciato che sapevano di Francia profonda e di uomini veri.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette
di Nigthafter

Juliette – Prologo


Emile Gaillard si fece il segno della croce mentre passava davanti al portale della chiesetta di Escalles-sur-Dunes che nel bel tempo odorava di incenso e salsedine, ma la pioggia ottobrina copriva tutto, anche l’odore persistente di aringhe affumicate delle basse casette intorno al piccolo porto.
Emile non era particolarmente devoto, ma quel gesto lo faceva come uno scongiuro per affidare la sua anima al Creatore, mentre era fuori in mare la notte con quel tempo, a guadagnarsi il pane.
– Trovati un aiutante, un ragazzo che ti dia una mano, ormai non sei quasi vecchio. – Lo aveva esortato Gaspard, il padrone della locanda del paese, dove lui si era fermato a farsi due bicchieri di genièvre e a farsi rabboccare la fiaschetta che portava con sé.
Un distillato tradizionale del posto con una gradazione intorno ai 40 gradi che scaldava le anime più freddolose.
– Non me ne faccio niente di un moccioso a cui devo insegnare tutto e anche pagarlo. – Aveva ribattuto.
– Hai quasi la mia stessa età e sei uno spilorcio – aveva replicato il locandiere – Ma io servo bevande con un tetto sulla testa, non isso reti in barca nel cuore della notte con questo tempo infame.
Lui aveva scosso il capo, pagato la consumazione ed era uscito senza salutare.
Il porticciolo era dotato d’un vecchio molo di pietra grigia, battuto dalle onde, lungo circa duecento metri, con blocchi di pietra sfusa all’estremità per resistere alle mareggiate del Mare del Nord.
La sua barca era lì, tra una decina di altri piccoli pescherecci e barche da diporto alla fonda.
La “Marianne”, un modesto chalutier per la pesca a strascico di dimensioni ridotte, nei suoi dodici metri di fuori tutto.
Era la barca di suo padre, su cui aveva appreso il mestiere fin da bambino e dopo la morte del vecchio era rimasta a lui.
Anche il padre non aveva mai voluto estranei sopra la sua barca, un uomo ruvido e orgoglioso, un partigiano che aveva lottato per cacciare i crucchi nazisti dal suolo del paese nell’ultima guerra.

Altri pescatori si avviavano come lui lungo il molo per raggiungere le loro imbarcazioni, si conoscevano tutti fin da bambini, c’erano cresciuti su quel molo.
Anche loro, come lui, pensò, dopo una settimana di vento e acqua furiosi erano obbligati a farlo con questo tempo inclemente, ma che almeno non portava più burrasca.
Pioveva ancora come Dio la mandava ed era anche un venerdì, giorno della settimana meno indicato per tornare a pescare.
Si diceva portasse sventura farlo nel giorno della passione di Nostro Signore.
Ma bisognava procurarsi il pane quotidiano e la superstizione non ne dava.
Non era superstizioso, eppure che quel giorno non portasse bene lo aveva capito il giorno in cui era morto suo padre.
Aveva cinquant’anni il vecchio e lui ne aveva venti, ma era stato un buon maestro e quando aveva ereditato la barca possedeva già in mano il mestiere.
Così era diventato l’uomo della sua famiglia, aveva portato pane e companatico a casa per lui e sua madre, per gli anni che era rimasta in terra e dopo solo per sé, dato che non si era sposato.
– Ciao Emile. – Lo salutarono passandogli accanto – Anche ’sta notte in mare si balla.
– Speriamo che le aringhe ne abbiano voglia. – Rispose beffardo.
Le loro risate si persero nella pioggia e nello sciabordio delle onde che colpivano il molo.
Nonostante i trent'anni passati, certe notti il mistero sulla morte del padre gli tornava in mente come una spina mai estratta del tutto.
Uscito prima dell'alba per pescare, lui che aveva combattuto i tedeschi delle SS e non credeva a superstizioni da donnette, ogni giorno che Dio mandava in terra era buono per il lavoro, per il mare e la pesca.
Eppure quella mattina non era neppure sceso al molo.
Dal centro di Escalles-sur-Dunes, dalla piazza della chiesa o dalle stradine principali, bastano 10-20 minuti a piedi per arrivare ai sentieri che portano alle falaises, le scogliere candide della Normandia.
Lo avevano trovato ai piedi di essa, sulla spiaggia rocciosa tra i blocchi di gesso, avvistato da escursionisti di passaggio.
Cosa l'avesse spinto a salire da solo fin lassù, senza dirlo a nessuno, restava un buco nero.
Sentieri battuti lungo il crinale, punti panoramici senza recinzioni, precipizi a strapiombo sulla Manche che conosceva come le sue tasche fin da ragazzo.
Lui si muoveva sicuro in terra come in mare, non era uno sprovveduto, né uno che bevesse all'alba.
I vecchi del paese ancora oggi, quando l'alcol scioglie le lingue e appanna la ragione, cianciano due ipotesi: che si fosse tolto la vita per qualche colpa del passato che non sapeva perdonarsi. Immensa sciocchezza! Suo padre era un uomo senza ombre né colpe con cui fare i conti con gli uomini o il Padreterno, se c'era.
Oppure sussurravano di una sorta di maledizione che si diceva, ogni tanto tornasse a colpire certi uomini di Escalles.
Ma Emile era un uomo con i piedi per terra e non aveva mai dato retta a quelle chiacchiere da osteria.
Però certe notti, quando il sonno tardava ad arrivare, si ritrovava ugualmente a rigirare le stesse domande, sempre senza risposta.


Nel salire a bordo, a causa del rollio della barca e dell’umidità che rendeva viscida ogni cosa, mise un piede in fallo sulla scaletta di banda; nello scivolare aveva battuto una violenta ginocchiata sul fianco dello scafo.
– Merda! – aveva imprecato rabbiosamente, ci mancava solo di perdere la nottata di lavoro rompendosi una gamba prima di salpare.
Sullo chalutier aveva compiuto le consuete verifiche di partenza: il motore, il carburante, l’ancora, le cime e l’integrità dello scafo.
Infine gli strumenti di navigazione, i dispositivi di sicurezza, la radio VHF e la dotazione di razzi di segnalazione.
Non aveva bisogno di pianificare la rotta, né consultare le previsioni meteo e le informazioni su correnti o maree; per esperienza sapeva scegliere la zona di pesca più prossima alla costa in cui il pesce era più abbondante in quella stagione.
La Marianne era dotata di un motore diesel marino; quando lo avviò avvertì una zaffata di gasolio non bruciato e del fumo grigiastro riempirgli per qualche attimo le narici, prima che il vento li disperdesse.
Si concentrò sulle operazioni di disormeggio: liberata la cima di prua, mantenendo la cima di poppa passata a doppino su una bitta del molo, aveva iniziato una leggera marcia indietro.
Grazie all’effetto elica la prua si spostava allontanandosi dall’attracco.
Accompagnando con un lieve tocco del timone la manovra, per correggere la rotazione naturale, portò la barca parallela al molo e pronta all’uscita dal porto.
Infine, mollata la cima di poppa, si accostò lentamente verso l’imboccatura del molo alla velocità di tre nodi.
Diede piano un’accelerata per superare le onde e la risacca, diretto verso il mare aperto.
La notte era pece densa e appiccicosa, un mare a forza 4 produceva onde alte oltre un metro che schiaffeggiavano la prua con cappucci candidi di schiuma.
L’acqua invadeva il ponte per defluire velocemente in mare attraverso le aperture di scolo alla base delle murate del ponte, lavandolo come uno specchio che rifletteva le luci di coperta.
C’era abituato a essere infagottato così in quella stagione – pensava – era necessario, non di meno si sentiva impacciato nei movimenti come un bradipo con quella bardatura addosso.
Portava una pesante giacca da lavoro Helly Hansen giallo vivo con cappuccio ampio e rigido, lunga fino a metà coscia.
Una salopette con pettorina alta al petto, stivali fino al ginocchio con suola antisdrucciolo; sotto una maglia termica pesante in calda lana merino a due strati e un berretto bonnet de marin di lana sul capo.
Certo tutto quell’armamentario proteggeva dall’acqua e dal crepare di freddo in quel duro mestiere che faceva, ma era un tormento quando ti veniva un incontenibile prurito a una chiappa e non c’era modo di grattartelo.
Allora bestemmiavi e mettevi a dura prova la tua forza di volontà per tutta la traversata.
Lo attendeva almeno un’ora di navigazione per raggiungere la sua zona di pesca, da trascorrere al timone nella cabina di pilotaggio, con le vetrate appannate di vapore sotto quella pioggia a scrosci intermittenti.
Decise di sgombrare la mente dai pensieri e concedersi una pipata tranquilla.
Trasse dalla tasca del giaccone il sacchetto di pelle chiuso con lacci che conteneva il suo tabacco preferito, lo Scaferlati Caporal; dall’altra tasca la Chacom Bayard 186, la sua inseparabile pipa di radica bruna.
Riempì la pipa di quel tabacco scuro e profumato, con note terrose e di fieno bruciato che sapevano di Francia profonda e di uomini veri.
L’accese con un fiammifero da cucina, perché il comandamento sacro imponeva che la pipa si accendesse col legno e non con l’accendino a gas.
Quello andava bene per i fighetti che fumavano le sigarette.
Tirò una boccata profonda e lasciò che il fumo denso gli scaldasse il petto, prima di dissolversi nel vento gelido del Mare del Nord che filtrava dagli spifferi della cabina.
Al termine di quell'ora di continuo rollio, giunto a destinazione, rallentò al minimo la velocità di marcia.
Era tempo di gettare le reti in mare.

(Continua)

Juliette testo di Nigthafter
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